Gli Amorini Dorati

Disco di vetro con lamina in oro raffigurante amorini



Aveva aspettato che scendesse la sera prima di entrare nel teatro. O in quel che ne rimane. Probabilmente nessuno avrebbe notato la sua presenza nemmeno se fosse entrata durante il giorno, ma era meglio non rischiare. Specie considerando quello che portava in borsa.

Era entrata nell’edificio con cautela, posando i piedi con diffidenza sul pavimento coperto di calcinacci, evitando poltroncine rovesciate ed altri rifiuti non ben identificati. Ricordava perfettamente la prima volta che ci era entrata, nel teatro dell’Acquario. Era stato con i suoi nonni, quando aveva non più di nove o dieci anni. Nei giorni precedenti allo spettacolo non avevano fatto che parlarle di quanto tutto sarebbe stato magico e irripetibile. Una volta seduta nella sua poltroncina, con le luci spente, si era sentita leggermente presa in giro. O forse stupida, per non aver capito cosa gli altri ci trovassero di così speciale. Ma una cosa se la ricordava di certo: gli amorini dorati; quelle teste di puttini in gesso dorato, che decoravano le facciate del loggione. Le avevano fatto impressione la prima volta, come se fossero teste di bambini che erano state separate dal corpo e affisse alla parete, a monito per gli altri. Le loro bocche leggermente aperte, gli sguardi vacui, sembravano comunicare un catatonico smarrimento. Quella prima volta la loro presenza l’aveva distratta dallo spettacolo. Si era chiesta se, allungando una mano, avrebbe potuto toccarli. Forse si, ma una sensazione intima di ribrezzo l’aveva trattenuta.

Erano ancora lì, al loro posto, con gli occhi spalancati come sull’abisso. Ma un altro abisso adesso. Su alcuni la vernice si era scrostata, rivelando impietosamente la loro essenza di stucchi grossolani. Sembravano quasi vergognosi, smascherati della loro finta patina dorata. Avrebbe quasi voluto tranquillizzarli. Spiegargli che non avevano perso nulla, che la finzione non era mai stata particolarmente convincente, nemmeno nei giorni migliori. Aveva estratto dalla borsa un pesante martello, dalla testa massiccia e il manico largo. Lo aveva comprato appositamente. Andava sollevato con due mani. Dopo essersi messa davanti al primo degli otto amorini, aveva fatto oscillare il martello un paio di volte per trovare l’equilibrio e poi aveva sferrato il colpo. Voleva che fosse un colpo solo per ognuno. Pensava che se fosse più umano, così, più rispettoso. Il primo degli amorini era finito a terra in frammenti biancastri. A stento distinguibile dal tappeto di calcinacci, se non per le tracce sbiadite di vernice dorata. Ne restavano altri sette.

Era tornata altre volte a teatro con i nonni. Si era abituata agli amorini, anche se continuava a guardarli con una certa diffidenza. In quelle serate in cui i suoi occhi vagavano per il teatro, distratti dai lampadari e i dipinti più che da quello che accadeva sul palcoscenico, non avrebbe mai immaginato che l’amore per il teatro sarebbe sbocciato anni dopo. Che avrebbe trascorso nottate intere a discutere registi, attori, opere. Non aveva dimenticato il teatro dell’Acquario quando era cresciuta. Aveva persino parlato degli amorini dorati ai suoi amici e compagni. Era diventato uno scherzo ricorrente: quando lo spettacolo era particolarmente mal riuscito fingevano di coprire gli occhi dei poveri amorini per risparmiargli lo strazio dell’ennesima imabarzzante rappresentazione. Non era mai arrivata a dar loro un nome, ma nei suoi vent’anni, non avrebbe lasciato il teatro senza salutarli con un sorriso e un gesto della mano.

Non ci aveva messo molto a imparare a calibrare i colpi. Altri due erano andati giù facilmente. Ognuno con un colpo in mezzo agli occhi. Tutti, prima di finire al suolo in pezzi, avevano ricevuto un sorriso di congedo.

Aveva lasciato la sua città da anni. Ci tornava sempre meno. E certo non aveva tempo per gli spettacoli all’Acquario. Ci era andata forse un paio di volte negli ultimi dieci anni, per pura nostalgia. O forse noia. Ed era rimasta colpita dalla bruttezza degli arredi, dalla grossolanità degli affreschi, dalla pacchianeria di tutte le decorazioni. In testa, ovviamente, gli amorini dorati. Erano sempre stati così inappellabilmente brutti? Era tutto sempre stato così sciatto e maldestro? Certo, ora era invitata in teatri di ben altro tenore e frequentava attori che non avevano mai nemmeno sentito nominare l’Acquario. E di sicuro non avevano mai recitato sotto gli sguardi ottusi di otto amorini dorati. Era felice di esserci andata da sola le ultime volte. Non voleva immaginare come avrebbero reagito i suoi amici e colleghi di fronte a un tale tempio del kitsch. Eppure, ancora, aveva fatto un cenno silenzioso di saluto agli otto puttini andando via. Come a dei vecchi amici con cui non c’e bisogno di parole.

Solo gli ultimi due amorini da distruggere, poi il suo lavoro sarebbe stato finito.

Eppure un po’ le era dispiaciuto quando aveva saputo che il teatro era stato chiuso. Non ce ne sarebbe stato un altro nella piccola città. Solo cinema. Ma quando, un paio d’anni dopo, le era giunta la notizia che il teatro sarebbe stato demolito, una vera e propria tristezza, mista a rabbia si era impadronita di lei. Sapeva di non poter fare nulla, qualcuno ci aveva anche provato. Ma non era facile convincere la giunta a salvare un edificio che, in verità, languiva abbandonato da anni. Non lo aveva forse abbandonato anche lei? Ma, se poteva a malapena accettare che l’Acquario non esistesse più, l’idea che gli amorini fossero macellati e triturati insieme a tutto il resto era il pensiero più insopportabile. Così aveva comprato un biglietto ed era tornata nella sua città per un’ultima visita al teatro. E agli otto putti decapitati. Se era giunta la loro ora, aveva pensato, era meglio che arrivasse con un certo rispetto e per mano di qualcuno che conoscevano. Un solo colpo. Una cosa dignitosa. Di fronte all’ultimo amorino con lo sguardo perso nel vuoto, aveva tirato fuori dalla borsa uno scalpellino e un martello più piccolo. Con colpi leggeri intorno alla testolina era riuscita a staccarlo dalla parete in soli tre pezzi. Non sarebbe stato troppo difficile da rimettere insieme, anche se, certamente, non sarebbe mai stato completo. Ma la bellezza non era mai stata il suo punto di forza.

Aveva avvolto i pezzi in della carta di giornale e li aveva riposti con cura nella borsa. L’ultima reliquia dell’Acquario sopravviveva insieme a lei. Pazienza se avrebbe sbilanciato il raffinato equilibrio del suo arredamento con la sua patetica bocca semiaperta e gli occhi fissi, in un viso attraversato dai segni di una riassemblaggio.

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